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Ancora disperso il sottomarino argentino “San Juan”

Ancora disperso il sottomarino argentino “San Juan”

Sono passati quasi 6 giorni da quando mercoledì scorso il portavoce della Marina argentina Enrique Balbi comunicava al mondo che il loro sottomarino “San Juan”, partito dalla base navale di Ushuaia, per dirigersi a quella del Mar de la Plata, era disperso nell’Atlantico Meridionale.

Cosa sia successo è ancora oggi un mistero e le ipotesi si susseguono senza riscontri rimanendo pertanto solo supposizioni che vanno dal guasto elettrico al ben più preoccupante incendio a bordo e man mano che passano le ore, diventa sempre più preoccupante per i soccorritori l’assoluto silenzio con il sottomarino che ancora non ha comunicato la sua esatta posizione, malgrado un iniziale ottimismo di una serie di chiamate che si sono rivelate poi “falsi positivi”.

I sottomarini possono infatti comunicare con vari sistemi, dalle radio boe sino a fumate ad alta visibilità rilasciate da bordo o anche con telefoni che comunicano tramite sonar.

Le operazioni di ricerca, partite immediatamente mercoledì scorso, sono ormai internazionali e coinvolgono oltre 12 navi argentine, mezzi e uomini di altre nazioni come ad esempio il Regno Unito (storico ex-nemico) che proprio qui ha una base, quella delle Falklands e al Polo Sud come centro ricerche, dal quale è appunto partito il rompighiaccio Protector che ha preso incarico di ripercorrere la rotta prestabilita dal sottomarino. Oltre ai mezzi aerei argentini, vi è anche un aereo radar P3 della Nasa.

Una localizzazione estremamente difficile che dovrebbe avvenire tramite una “mappatura” dell’area, sia pur vasta, risulta difficoltosa per le pessime condizioni meteo dell’area interessante da un mare “Forza 7” con periodo dell’onda di 4 secondi che rendono praticamente impossibile individuare il sottomarino anche se dovesse essere (fortunatamente per i membri dell’equipaggio) emerso e navigare quindi in superficie.

Il “San Juan” è un sottomarino lungo 65 metri di tipo “convenzionale” ovvero spinto da un sistema diesel elettrico, varato nel 1985 in un cantiere tedesco e sottoposto ad importanti lavori di mezza vita nel 2014 risulta quindi un mezzo praticamente nuovo ed efficiente che ha a bordo 44 membri dell’equipaggio.

L’autonomia, sempre che non sia successo qualcosa di particolarmente grave, si aggira sui 5-6 giorni per quello che riguarda viveri, acqua ed aria oltre ai quali scatta l’addestramento e le capacità dell’equipaggio per garantire una sopravvivenza più lunga.

Dopo la tragedia del K-141 Kursk, le marine militari appartenenti alla NATO, hanno istituito l’ISMERLO, un centro di monitoraggio, supporto e condivisione delle informazioni sui sommergibili nei mari di tutto il mondo che ha sede a Northwood nel Regno Unito attraverso il quale viene organizzata annualmente un’imponente esercitazione che coinvolge mezzi e uomini di mezzo mondo. E a loro la marina militare argentina ha segnalato il proprio “sub-miss” ovvero la comunicazione di aver perso i contatti con il sommergibile attivando quindi una ricerca che condivide mezzi e personale.

Tutte le marine infatti hanno nuclei specializzati per poter intervenire al meglio per prestare aiuto ai sommergibili sinistrati attraverso, una volta individuati, ROV filoguidati, mezzi come l’SRV (Submergence Rescue Vehicle) che permette di trasbordare sino a 12 uomini e ancora tramite l’ADS (Atmospheric Diving Suit).

Inoltre, solo due marine al mondo hanno un gruppo iper-specializzato: i nuclei SPAG (Submarine Parachute Assistence Group), quella inglese della Royal Navy e quella italiana di Comsubin. Sono Palombari che, in caso di emergenza, possono essere paracadutati con mezzi per offrire un primissima assistenza al personale che, tramite apposite tute può lasciare il mezzo sinistrato.

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