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La mia “Fernweh”

La mia “Fernweh”

Se si pensa ad una lingua povera di vocaboli, soprattutto nell’esprimere sentimenti ed emozioni, la memoria collettiva corre al tedesco, ma è solo nella lingua teutonica che esiste una parola, una soltanto, che da sola riesce a dare un nome all’irrequietezza di fondo dell’esploratore: “Fernweh”. Letteralmente, malinconia per posti in cui non si è mai stati. Una nostalgia di fondo per il viaggio, la scoperta, la ricerca, che è l’esatto opposto di “Heimweh”, che significa “malinconia di casa”. Entrambe, si compensano e si completano, come in una sorta di “Yin e Yang”.

Perché nessuno, nemmeno l’esploratore più rude non ha un posto nel cuore che considera casa, un posto a cui fare ritorno un giorno, perché un viaggio, qualunque esso sia, ha necessariamente un suo inizio ed una sua fine e nel mezzo il suo scopo.

Come l’Odisseo di Omero che, partito per una guerra in cui credeva ben poco, dopo ben dieci anni di assedio, compie per altri dieci anni un periplo del mondo conosciuto e sconosciuto sempre con una perenne “Heimweh” della sua Itaca, di Penelope, del cane Argo, del figlio Telemaco, che non frena mai comunque il suo animo da esploratore, quel “fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e conoscenza” dantesco che ne celebra, nell’VIII canto della Commedia, il suo mito millenario e di conseguenza la sua “Fernweh”.

Che senso infatti avrebbe avuto sfidare le Colonne d’Ercole per i marinai romani, la vastità degli oceani per Colombo, l’Artico per Cook e per Umberto Nobile con le sue trasvolate a bordo del “Norge” e di “Italia” l’Antartide per Amundsen, la Grande Africa per Stanley e Livingstone, la luna per gli astronauti dell’Apollo XI, per tutti quegli anonimi esploratori, che, di fronte ad una eccentrica richiesta di un certo Sir Ernest Shackleton sulla pagina degli annunci di un giornale, cercava, sul finire del 1912, membri dell’equipaggio per la sua spedizione con il seguente messaggio: “Men Wanted for Hazardous Journey. Small wages, bitter cold, long months of complete darkness, constant danger, safe return doubtful”?.

È proprio la “Fernweh” che alimenta la fantasia dell’Uomo, il suo sogno infinito di esplorare, dalla vastità delle terre emerse, alle profondità degli oceani, sino allo spazio remoto.

Quand’ero piccolo, nella mia camera, era appesa un’enorme cartina geografica che occupava gran parte della parete. Lì sopra tracciavo viaggi verso mete lontane, univo continenti, valicavo confini insormontabili, proseguivo verso la linea dell’equatore, infischiandomene dei confini degli stati, scendendo alla ricerca di nomi sconosciuti e fantasticavo su quelle terre emerse, quelle montagne le cui cime non erano mai state scalate, su quei fondali che non erano mai stati esplorati. Ne trascrivevo i nomi su un quadernino a quadretti dalla copertina nera e accuratamente ne cercavo la spiegazione sull’enciclopedia. Fu lì che rimasi estasiato dal batiscafo “Trieste” di Auguste Piccard che raggiunse la “Fossa delle Marianne” ad oltre 10.916 metri di profondità, o ancora nelle sorprendenti fotografie di Hurley che, intrappolato con il resto della spedizione Antartica della “Endurance”, aspettava che Sir Shackleton tornasse a salvarli per oltre un anno.

Ed era l’Antartide il mondo sconosciuto che catalizzava la mia attenzione. La mia Fernweh.

Ma oggi che con un semplice “click” su Google Earth, si possono raggiungere tutte le terre emerse e una parte dei fondali dei mari, ha ancora un senso l’esplorazione?

La mia risposta è si. Bisogna andare a vedere con i propri occhi se una montagna si può davvero scalare, se un fiume si può davvero scendere, se un deserto si può davvero attraversare.

In fondo, del viaggio, la metà è solo una piccola parte, quello che conta, è come ci si è arrivati e quello che è avvenuto nel mezzo, perché le cose belle ed inaspettate della vita, sono quelle che si vivono fuori dalla comodità della propria casa, non avvengono mai quando ci si ritrova in pigiama sul divano, ma quando magari fuori piove o ancora nevica, in quei momenti in cui si esce dalla “comfort zone” per scoprire, nel nostro viaggio, chi siamo.

“Omnia mea mecum fero”, dicevano i latini, tutto quello che serve, lo porto con me. È il motto nomade per antonomasia, e ogni volta che si inizia un viaggio, nella nostra valigia, non ci infiliamo solo lo spazzolino da denti, una macchina fotografica ed un taccuino, ma trovano posto anche tutte le cose che ci hanno arricchito nei viaggi precedenti.

Io, comunque, nella mia “Fernweh” dei fondali Antartici ci credo ancora.

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