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Cloro, ricordi e piscina

Cloro, ricordi e piscina

Quando studiavo e dovevo fare l’esame di chimica, ogni volta che scrivevo le lettere“Cl”, “Cloro” in una reazione da bilanciare a me la prima cosa che mi veniva in mente non era il numero di ossidazione, ma la piscina.

Quell’odore pungente che accompagnava i miei pomeriggi fatte di 22 bracciate per vasca, per 60 vasche al giorno, per un totale di 1320 e di 440 respiri, uno ogni 3, per 5 volte alla settimana. Che se uno fa una moltiplicazione vengono numeri grandissimi.

A me il nuoto è sempre piaciuto. Quello che non mi è mai piaciuto era ed è la piscina.

Se penso alla piscina, ho ricordi sparsi. Ricordo il caldo degli spogliatoi, degli spazi precari, dei piedi bagnati dentro le calze, dei cappellini di lana che pungeva infilati a forza che coprivano orecchie e occhi. Delle ciabatte che erano da cercare a bordo vasca e che si prendevano sempre quelle sbagliate. Della coda alle docce ma soprattutto il senso della doccia: se avevo appena finito di stare in acqua, che bisogno c’era di bagnarsi di nuovo.

Dei phon, quelli che dovevi aspettare quello giusto per la tua altezza, vedere bene il numero, metterti in coda davanti al cassone giallo e poi schiacciare il pulsante e poi correre sotto il getto, quello giusto, prima che ti fregassero il posto.

Ricordo mia mamma, la fatica che faceva soprattutto a rimettere nella borsa tutto quello che c’era all’andata e che inevitabilmente si finiva per dimenticarsi: il pull-boy e le palette, gli occhialini, la cuffia, il bagnoschiuma, le ciabattine, quelle giuste, gli asciugamani.

Che poi si tende sempre a dimenticare l’eroismo dei genitori che portano i bimbi in piscina per fare “acquaticità” come si dice ora, in piscina, secondo me ci vuole una medaglia, come minimo. Perché non solo c’è da vestire i bimbi a casa, ma svestirli in piscina, lavarli, asciugarli, rivestirli sempre in piscina e poi rifarlo a casa. E in piscina fa caldo. Fuori dall’acqua, fa caldo.

Perché, ecco. Il primo tuffo della giornata mica era facile. Ricordo che la mia prima maestra ci metteva in fila, prima di entrare, in base all’altezza e non alla velocità, per cui alla fine della prime due vasche era tutto uno scontrarsi, superarsi, spingere…ma il primo tuffo era qualcosa di terribile.

Ricordo che mi mettevo con i piedi sul bordo del blocco di partenza, gli occhialini “inforcati” e sistemati sulla cuffia con la banda bianca ben allineata al centro e poi quel secondo, in cui ci si doveva mettere tutto il coraggio possibile per entrare nell’acqua, fredda.

E subito ti scappava la pipì.

Ora ricordo: della piscina la cosa che odiavo di più  in realtà era dover fare la pipì. Perché fare la pipi in acqua veniva rossa, o almeno così dicevano.

Perché dovevi chiedere alla maestra di poter uscire dall’acqua, trovare le ciabatte giuste, fare tutto il giro della piscina, andare negli spogliatoi, entrare nei bagni, zampettare in quel pavimento che non capivi se c’era solo acqua o acqua e pipì e poi rifare tutto il percorso contrario.

Ricordo che la prima cosa trasgressiva che feci fu proprio la pipì in acqua. E non venne rossa. Capii quindi che poi, gli adulti mica dicono sempre la verità e da allora, poi, la pipì ce la rifeci un sacco di altre volte. Per trasgressione, per libertà o perché mi scappava davvero troppo forte.

Ecco, tutto questo mi ricordavo non appena scrivevo “Cl”, di “Cloro”, poi, per bilanciare la reazione mi restava davvero poco tempo.

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