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Disquisizioni (semi)sceme tra geografia e meteo

Disquisizioni (semi)sceme tra geografia e meteo

Quando ero piccolo, precisamente quando frequentavo la terza elementare e in geografia si studiavano le regioni, c’era nella nostra aula, appiccicata al muro e abbastanza grande, una cartina in rilievo dell’Italia con i nomi dei Paesi scritti in nero tra il blu del mare, il verde delle pianure e il marrone intenso dei rilievi alpini.

Per cui, dell’esistenza del Molise, così come a che latitudine e longitudine si trovassero esattamente L’Aquila, Salerno, Isernia o ancora Campobasso ne avevo l’assoluta certezza.

Quello che non riuscivo a capire era che clima facesse a Campobasso.

C’era infatti una trasmissione, più o meno verso l’ora di cena che si chiamava “Che tempo farà”, nella quale venivano “snocciolate” da Aosta sino a Palermo, con voce monocorde, le temperature massime e minime dei capoluoghi di regione.

Ricordo che di Campobasso, immancabilmente, la voce doveva interrompere l’elenco dei numeri per dire “non pervenuta”.

Per me Campobasso era quindi un luogo surreale. Mi chiedevo come mai l’addetto meteo non riusciva mai a comunicare a Roma la temperatura minima e massima della giornata.

Allora mi immaginavo un uomo barbuto, con una grossa palandrana sulle spalle, che si inerpicava lungo una stretta scala a chiocciola per raggiungere il punto più alto della rocca del Paese a rilevare le temperature dal termometro a mercurio, scendere a fatica dalle solite scale, attraversare il Paese in mezzo alla neve sotto un cielo immancabilmente plumbeo e ventoso, raggiungere la cabina telefonica dall’altra parte della piazza, inserire i gettoni per l’interurbana dentro la fessura e tentare inutilmente di girare con il dito la rondella bloccata dal ghiaccio.

Che la rondella potesse bloccarsi dal freddo ne avevo avuto le prove: mi era successo di vederlo a Livigno e c’erano  meno 22 gradi centigradi e allora pensavo che “-22” fosse la temperatura minima che c’era a Campobasso, d’estate e d’inverno.

E poi pensavo come mai a Roma, il responsabile del meteo, non chiamasse qualcuno a caso, prendendo il nome dal “12” oppure dall’elenco telefonico per chiedere, “scusi, ha un termometro? Non mi può dire che temperatura fa lì a Campobasso?” o anche solo per vedere come stava il responsabile meteo, se aveva bisogno di qualcosa.

E questi dubbi mi sono rimasti per anni.

Ora che il meteo si legge con un’ “app” sul cellulare e la temperatura arriva anche da Campobasso mi ero dimenticato di tutte queste domande.

Un anno fa però ho conosciuto Luca, che viene da Campobasso e una sera, mentre si beveva un ennesimo bicchiere di vino tutti insieme, gli ho chiesto a bruciapelo: “Ma a Campobasso, che tempo fa?”. E poi gli ho chiesto della stazione meteo, se esisteva davvero e come mai non si riusciva a comunicare che tempo facesse e ancora, come mai non avessero mai protestato per questo “non pervenuta”.

Luca mi ha detto che la stazione meteo esiste e che c’è un sacco di gente che ci va a fotografarla ed è veramente in una rocca e che l’uomo del meteo è sempre quello e che ora fa il custode.

Allora gli ho strappato la promessa che, quando fosse tornato a casa, mi avrebbe dovuto portare una foto della stazione meteo e comunicarmi almeno una volta, via telefono, le temperature massime e minime della giornata.

Luca è tornato a Campobasso diverse volte ma la temperatura, così come la fotografia, non mi è mai ancora pervenuta.

Ma Campobasso allora, esiste veramente? Incomincio ad avere qualche dubbio.

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