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Calci ad un pallone

Calci ad un pallone

Non sono mai stato un grande patito di calcio…ho giocato per qualche mese, ma oltre ad essere scarso, non era proprio uno sport che mi appassionasse.
Tranne i calci di rigore. Quelli mi piacevano “da matti”! Sulle saracinesche dei garage trasformati in porte, tra due pini, o anche tra due giacche buttate in terra la domenica mattina davanti la chiesa…

Serie di 5, uno a testa e palla ad undici passi.
Quando ero piccolo davvero, per Italia ’90, mio padre ci portò due completini della Nazionale. Allora l’IP, l’azienda per cui lavorava, era Main and Big Sponsor degli Azzurri…due divise, una per me ed una per mio fratello, che comprendeva dai calzettoni sino alla maglietta, grande, grandissima e due palloni di cuoio, regolamentari ed ufficiali anch’essi.
In giardino dai nonni ci eravamo fatti costruire una porta con delle grosse canne di bambù e per tutto il giorno, per giorni, anche sotto il sole implacabile, vistiti di tutto punto, calciavamo a ripetizione serie infinite.
“Schillaci!!! Gooool!!! Campioni del mondoooo”!!! Pianti, grida e risate tra polvere e terra.
L’anno scorso, in autogrill, ho incontrato Fabio Grosso. Ora, io non è che li riconosca proprio tutti i calciatori, ma quello lì, mi sembrava proprio Fabio Grosso. Lui si è preso il suo caffè con la brioche e si è messo nel tavolino davanti a me. L’unico che avesse un posto libero. Uno di quei tavolini piccoli ed alti degli autogrill, dove riesci solo ad appoggiare la tazzina mentre tieni in mano la brioche che ti impolvera la giacca ad ogni morso.
Allora io ho pensato di chiedergli una cosa. Una cosa su cui ragionavo da tanto, tantissimo tempo. Perché sono sicuro che quella sera, a Berlino, per la prima volta in vita sua, non ha pensato che stava per tirare un calcio di rigore che valeva un mondiale. Secondo me, quella sera, in quei pochi secondi in cui tutto il mondo calcistico e non, tratteneva il fiato, lui è riandato indietro con la memoria, a quando anche lui tirava i calci di rigore contro una saracinesca. Undici passi, il pallone che ruota fra le mani piccolissime, una pedata al terreno, per imitare i “calciatori veri”, braccia lungo il corpo e un calcio ad un pallone che sa di campetto da oratorio. Poi ho pensato che tanto la verità non me l’avrebbe mai detta e allora ho finito di girare il mio caffè senza zucchero e giusto un attimo prima di berlo, ho mormorato, a bassissima voce…”Campioni del mondo”. Lui allora ha sorriso e ho capito che forse era veramente Fabio Grosso. Io poi ho detto un “ciao” e sono andato via mentre lui addentava l’ultimo morso della brioche.

grosso

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